Rassegna cinematografica Cinemaè a Guspini

5 Dicembre 2010 Nessun commento

presentazione 9 dicembre

Portare il cinema fatto per la gente tra la gente, questa una delle finalità principali della Rassegna cinematografica   cinemaè organizzata dal circolo ARCI Guspini con la collaborazione di diverse altre associazioni  e patrocinata dal Comune di Guspini e dalla Provincia del Medio Campidano. Ciò che rende particolarmente interessante questa rassegna, oltre alla varietà dei temi trattati (la Scuola, la Memoria, i Migranti, la Musica e il Cinema stesso), risiede proprio nel fatto che le proiezioni saranno itineranti e si sposteranno tra piazze e quartieri del paese (comprese le frazioni di Montevecchio e Sa Zeppara) operando quindi un singolare ribaltamento di ruoli, nel senso che non sarà più il pubblico ad andare al cinema ma il cinema a raggiungere il suo pubblico.

La rassegna che inizierà a Gennaio e si protrarrà sino a fine Luglio, avrà cadenza quindicinale nei mesi invernali e settimanale a partire da Giugno e concederà due anticipazioni nel mese di Dicembre in occasione della presentazione:

Giovedi  9 Dicembre Circolare Notturna di Paolo Carboni

Ore 17 presso l’aula consiliare comune di Guspini

Venerdi  17 Dicembre Tajabone di Salvatore Mereu

ore 16.30  presso l’aula consiliare comune di Guspini

Partecipa il regista Salvatore Mereu

INGRESSO GRATUITO

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PD, RINNOVARE PER CRESCERE

24 Novembre 2010 3 commenti

Pubblichiamo volentieri questo articolo di Rinaldo Ruggeri già apparso sull’ultimo numero della Gazzetta del Medio Campidano

Ricoprire la carica di sindaco in una delle nostre cittadine è, in generale, un compito difficile e complesso. Probabilmente le gratificazioni personali che può dare il ruolo non compensano l’impegno profuso. Alcuni fanno fronte alle difficoltà perché animati da un forte spirito di servizio verso la collettività, altri, invece, le superano perché spinti da fini personali inconfessabili, poco attinenti certamente al bene comune. In un paese vivace politicamente come Guspini è ancora più difficile fare il primo cittadino.  Non è un problema di oggi, è sempre stato così. Ai tempi del Partito Comunista, la Democrazia Cristiana guspinese, sempre all’opposizione, non era certo tenera nei confronti del sindaco, espressione del partito di maggioranza. Lo stesso dicasi dei Socialisti siano stati in maggioranza o all’opposizione. Inoltre va preso in considerazione anche lo spirito poco riverenziale dei comunisti guspinesi nei confronti del sindaco. I militanti erano stati educati, a considerare il sindaco uno di loro, un compagno al servizio del popolo. A queste osservazioni, che fanno parte, in qualche misura, della storia politica del paese ne vanno aggiunte alcune impreviste che rendono difficile svolgere il ruolo di amministratore. Il sindaco Rossella Pinna dovrà far fronte a una serie di spese non previste con le casse comunali vuote. Chi l’ha preceduta ha prosciugato i pozzi; ha lasciato il deserto.  Oggi questo personaggio, privato del potere, fa le bizze, pesta i piedi come un bambino a cui è stato tolto il giocattolo con cui si trastullava. Fa l’inviato esterno di un partito che a Guspini ha vissuto cinque anni di profondo letargo. E, come il famoso sessantottino della trasmissione Avanzi, questo partito, si sveglia dal coma profondo e conia i manifesti che avrebbe dovuto affiggere nel corso degli ultimi cinque anni.

Amministrare senza rete di protezione è complicato, anche di fronte alle bordate per via etere.  E’ veramente strano che il segretario della locale sezione del Partito Democratico non senta il dovere di difendere il sindaco e chi la sostiene, definito, dal bambino capriccioso, “una fazione” animata da “una logica di politica di affari, di politica poco chiara, di finalità clientelari”. Di fronte ad affermazioni così gravi non si può stare a guardare. Bisogna pretendere nomi e cognomi del “gruppo affaristico” e conoscere la natura degli affari. Se ci sono scheletri negli armadi bisogna svuotarli. Se il segretario non ha la forza di fare questo passi la mano, non glielo ha mica ordinato il medico di fare il segretario della sezione del PD guspinese.

Rinaldo Ruggeri

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A proposito di elezioni

9 Luglio 2010 7 commenti

Pubblichiamo alcune riflessioni di Antonello Turnu sulle recenti elezioni amministrative nel Medio Campidano

Chi paventava l’ idea che anche a Guspini avrebbero ucciso il Partito Democratico oggi si deve ricredere, non fosse altro per i dati elettorali del  30-31 maggio c.a., solo chi non vuol vedere e/o sentire può negare questa verità. L informazione data in questo Blog, prima, e la discussione degli iscritti all’interno del partito Democratico, poi (discussioni abbastanza animate nel valutare l’operato della precedente amministrazione) hanno portato il partito a operare quel cambiamento che in tanti chiedevano. Ci sono riusciti. Questo non può essere messo in discussione. La candidatura  di Rossella Pinna e del gruppo che la sosteneva ha portato un risultato al di la di ogni più rosea previsione. All’indomani del voto abbiamo assistito alla determinazione con cui il nuovo sindaco ha assegnato  i mandati agli assessori secondo un criterio puramente meritocratico, seguendo l’ impegno preso prima delle elezioni anche con la coalizione.  Un metodo a cui spesso siamo tanto sensibili quando di parla degli altri ma su cui sorvoliamo se si tratta di noi.

La Giunta comunale poteva essere presentata anche in una settimana ma, si sa, Rifondazione Comunista pretendeva un assessorato per la loro candidata, a loro stesso  dire, non per grande consenso o meriti personali ma unicamente per rivendicare un po’ di visibilità al proprio partito punito dal risultato delle urne e forse come reazione a quelle voci insidiose ma del tutto menzognere secondo le quali il nuovo sindaco avrebbe, nel corso di una riunione degli iscritti PD, denigrato pubblicamente la candidata di Rifondazione, offendendone la dignità. Purtroppo chi ama diffondere veleni e insinuazioni, trova sempre qualche orecchio disposto ad ascoltare e a dargli credito, ma è bene precisare che mai in quelle riunioni si è parlato in termini lesivi della dignità personale ma soltanto nei termini opportuni ad una scelta legata alla funzionalità del servizio da offrire al paese, non fosse altro perché saranno i cittadini a valutare l’operato di questa giunta per i prossimi 5 anni.

Credo che in questi giorni saranno in tanti a elargire consigli al Sindaco e alla sua giunta.

La cosa che  mi auspico più di ogni  altra è che le decisioni si prendano sempre collegialmente, che venga meno la politica delle stanze chiuse e dei “cassetti segreti”, che il criterio della trasparenza diventi la guida di questa nuova giunta e infine che questa amministrazione i nostri soldi NON LI SPENDA MA LI INVESTA.

Personalmente giudico coraggiosi quei candidati che si sono voluti mettere a disposizione di una cittadina perchè dopo le spese scellerate fatte dall’amministrazione Marras senz’altro troveranno grandi sorprese e pochi euro a disposizione…

Sono fiducioso, spero che il sindaco e la sua squadra possano individuare le priorità e intervenire rapidamente perché solo così questa cittadina disincantata e sfiduciata, si riapproprierà della sua importanza nella provincia del Medio Campidano, dopo anni di isolamento. A questo riguardo, spostando la nostra attenzione verso le elezioni provinciali, vale forse la pena di ricordare che al successo della lista di Fulvio Tocco, ha contribuito non poco la grande partecipazione dell’elettorato guspinese (con la sua affluenza superiore al 60% ) e che un singolo candidato del PD, Giuseppe de Fanti è stato capace di aggiudicarsi da solo circa 780 voti (cioè quasi  4 volte più dei candidati di altri paesi, dove però votando solo il 30% degli aventi diritto, si è determinato il paradosso che chi ha preso meno voti in termini assoluti, conti di più in termini percentuali in seno all’assemblea provinciale.  Come si ricorderà, la candidatura di Fulvio Tocco, ancora ai primi di Aprile non era affatto scontata a causa dell’ostracismo dei soliti strateghi politici, che pretendono di dettare legge, nonostante non siano più credibili e non riescano a far vincere i loro candidati nemmeno nelle loro cittadine. Adesso ci auguriamo che anche loro si aprano al confronto sul risultato elettorale e sulle ragioni profonde di una affluenza tanto bassa e comincino ad ascoltare i tanti che dentro e fuori dai partiti non ne possono più di candidature non condivise ma imposte e soprattutto vorrebbero vedere quel famoso ricambio generazionale di cui si parla da sempre ma che viene sempre procrastinato. È troppo auspicare che finalmente i trentenni diano il loro contributo al partito e alla politica? Non credo! Sicuramente farebbero meno danni  ed è probabile che anche quanto accaduto a Febbraio 2009 con la sconfitta del centrosinistra e di Renato Soru, forse avrebbe avuto un epilogo diverso.

Antonello Turnu

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A Guspini si cambia

2 Luglio 2010 1 commento

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Pubblichiamo un articolo di Rinaldo Ruggeri già apparso nella Gazzetta del Medio Campidano del 10 Giugno 2010.

Il neo sindaco Rossella Pinna sarà di sicuro citata, da chi si cimenterà a scrivere la storia di Guspini, come la prima donna a ricoprire questo incarico. Nel paese da sempre governato dalla sinistra, salvo la parentesi del ventennio fascista, si registrava questa forte incongruenza tra la politica e la cultura progressista in merito al ruolo della donna. Il conservatorismo, che pur alberga nei gruppi dirigenti e negli uomini di sinistra, fino ad oggi aveva impedito di coniugare al femminile il ruolo di sindaco a Guspini. La giustificazione che alcuni adducevano: “non ci sono donne preparate per ricoprire quel ruolo”, non risponde al vero. A Guspini abbiamo avuto, nell’ambito della sinistra, donne capaci, preparate e dotate della grinta giusta, che di certo non avrebbero sfigurato rispetto ad alcuni sindaci maschi che si sono succeduti nel corso dei decenni passati.

Inoltre, credo che verrà ricordato anche l’esteso consenso che ha avuto la lista di sinistra capeggiata da Rossella Pinna. Ritengo di essere vicino al vero se affermo che alle comunali non si era mai raggiunto un consenso in  percentuale così alto, quasi il 68% con un incremento di circa 8 punti in percentuale rispetto al risultato del precedente confronto amministrativo. Sempre rispetto alle altre elezioni le opposizioni perdono oltre mille voti. La scarsa affluenza alle urne che solitamente penalizza chi governa nel caso guspinese ha penalizzato la minoranza. Evidentemente Il giudizio dell’elettorato nei confronti delle due liste che si contrapponevano a quella di centro sinistra non è stato positivo nonostante si fosse creata una situazione che li favoriva. Infatti il giudizio largamente diffuso, sulla passata giunta e sopratutto sull’ex Sindaco, era fortemente negativo. Di ciò erano consapevoli gran parte degli iscritti e dei simpatizzanti del Partito Democratico che in ripetute e accese riunioni hanno chiesto al Marras di non riproporre la sua candidatura a Sindaco. Poi la determinazione e l’ostinazione di un gruppo di militanti del PD ha fatto sì che si operasse, nella scelta delle candidature, un forte rinnovamento, infatti solo tre consiglieri della passata legislatura sono stati ricandidati. Questi sono stati atti concreti di cambiamento che ha creato con l’altra legislatura una discontinuità. Lo slogan coniato: “Rinnovare per crescere”  veicolava questo messaggio. A volte però i messaggi,  gli slogan e la propaganda non sono sufficienti per spiegare situazioni complesse. A semplificare le cose ci ha pensato Francesco Marras con le denunce e gli attacchi ai candidati del centrosinistra. Cosi facendo, inconsciamente,  ha indicato all’elettorato dove stava il rinnovamento. In ultima analisi ha reso un pessimo servizio a se stesso, creando i presupposti per la sua non elezione al Consiglio Provinciale. Con questo comportamento anche le due liste di opposizione al centro sinistra sono state messe fuori gioco perché il vero ruolo di antagonista lo ha svolto lui. Infatti, i candidati delle altre liste annaspavano per dimostrare che tra Rossella e il sindaco uscente c’era continuità utilizzando  sterili mezzucci ironico- verbali del tipo: “Rossella Marras”.

Rossella Pinna e non Rossella Marras è Sindaco di Guspini, a sostenerla ci sono 13 consiglieri del centro sinistra di cui 10 di nuova nomina, il rinnovamento nelle donne e negli uomini è stato fatto, resta da compiere il compito più difficile: realizzare i propositi di rinnovamento.

Rinaldo Ruggeri  03 Giugno 2010

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Chi vuole uccidere il PD?

22 Aprile 2010 6 commenti

Pubblichiamo volentieri lo scritto di un lettore del Medio Campidano pervenutoci nei giorni scorsi

I dirigenti del PD si ostinano a non capire.  Dopo le battute di arresto alle recenti  amministrative, anche a livello locale e provinciale le cose non vanno meglio.

Le premesse non sono delle migliori. I massimi dirigenti territoriali del PD sembrano più preoccupati a salvaguardare le personali rendite di posizione, infischiandosene dell’esito elettorale. E’ già successo alle regionali. E’ già successo a Sardara, a San Gavino e a Villacidro. Se continua così il PD rischia di perdere anche altri centri importanti oltre che la provincia del  Medio Campidano. Si è preteso di costruire un nuovo partito tenendo in vita le vecchie logiche feudali e spartitorie. Si ritorna al vecchio manuale Cencelli per distribuire incarichi e nomine. Ci si scontra non sulle idee o sui programmi ma sui nomi da candidare esautorando quasi del tutto la volontà e il ruolo delle comunità locali che spesso si trovano a dover difendere strategie e candidati che non condividono. I signorotti che credono di avere in mano il partito, nonostante il continuo e ripetuto fallimento delle loro strategie continuano a nominare vassalli, valvassini e valvassori senza pensare che così rischiano di uccidere tutte le istanze innovative che avevano portato a fondare il partito Democratico. Sembra quasi che in realtà vincere le elezioni gli interessa meno che rivendicare un ruolo in ogni partita che si deve giocare. Non si guarda se uno ha governato bene o male ma si pensa soltanto a sistemare i pezzi sulla scacchiera regionale accontentando ora questa e ora quella corrente o partito della coalizione e poco importa del risultato. Anche il più o meno segreto lavorio per indebolire la posizione di Fulvio Tocco (presidente uscente della Provincia del Medio Campidano al primo mandato) rientra in questa logica. Le primarie che qualcuno evocava sono saltate perché queste richiedevano un voto palese da parte dell’assemblea provinciale, ma per chi lavora nell’ombra e nelle segrete stanze il coinvolgimento di larghe platee è sempre da scongiurare oltre che rischiare di lacerare ulteriormente il PD e indebolirlo agli occhi dell’opinione pubblica.

Scomodiamo due intellettuali per capire meglio cosa sta avvenendo a sinistra.

Così Eugenio Scalfari nel suo editoriale domenicale del 18 aprile 2010:

Il Pd è in attesa con le armi al piede, si direbbe in gergo militare. Nell’aria aleggia però una domanda: in tempi ormai remoti i due grandi partiti nazionali della Prima Repubblica avevano un invidiabile radicamento nel territorio. Come mai gli eredi di quelle due tradizioni politiche non sono riusciti a coniugare la concezione nazionale del partito e il suo radicamento territoriale?

La ragione è molto semplice e la storia ce la racconta. La Dc era radicata nelle parrocchie, nelle associazioni cattoliche, negli oratori, nelle cooperative bianche. Il Pci ricavava invece quel radicamento dal fatto che i comunisti erano licenziati dalle fabbriche o mandati nei reparti di confino. Occupavano le terre insieme ai contadini, morivano sotto il piombo dei mafiosi insieme agli operai scioperanti nelle zolfare siciliane e nelle cave calabresi. Leggete “Le parole sono pietre” di Carlo Levi e saprete come e perché i comunisti erano radicati sul territorio.

Il radicamento sul territorio non dipende dal numero dei circoli o delle sezioni. Dipende dalla condivisione della vita dei dirigenti con quella del popolo che li segue. Se quella condivisione non c’è e al suo posto c’è separatezza, il contenitore è una scatola vuota e il gruppo dirigente galleggia appunto nel vuoto. Non è questione di età, di giovani o vecchi, di donne o di uomini, di settentrionali o di meridionali, di colti o meno colti. È questione di creare una comunità e viverla come tale. La dirigenza del Pci era fatta di intellettuali che vivevano come proletari e in mezzo ai proletari. Se non c’è comunità, se non si sa suscitarla, non ci sono partiti ma gusci vuoti in balia della corrente. Anzi delle correnti. Questo è il problema del Pd. Mancano i don Milani e i Di Vittorio d’un tempo. Se risuscitassero sotto nuove spoglie molte cose cambierebbero in quest’Italia di maschere e di generali senza soldati.

Tutta colpa dei generali? Ci piace rispondere con uno scritto di Antonio Gramsci pubblicato su La Città Futura, l’11 febbraio 1917.

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

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Cacciare via i sardi dalla sardegna? considerazioni su un articolo recentemente apparso sull’Unione Sarda

In un  articolo del 29 Marzo apparso  sull’unione sarda dal titolo provocatorio E se la Sardegna cacciasse via i sardi? Giuseppe Marci, docente di filologia presso l’Università di Cagliari,   esorta i sardi a vincere il loro atavico fatalismo e a rimuovere definitivamente la tentazione di ricercare sempre all’esterno di sé le cause dei propri mali, assumendosi le proprie responsabilità .

A supporto della sua provocazione si avvale di un aforisma tratto dal libro del pastore trappista  Thomas Merton la saggezza del deserto,  illuminante raccolta dei detti degli eremiti che nei primi secoli del Cristianesimo abbandonarono la civiltà per rifugiarsi in lande inospitali e disabitate:

«Se uno è rimasto in un luogo e non ha prodotto frutti, è proprio il luogo a respingerlo, perché non è stato reso fertile»

E leggendo questa breve sentenza non si può non pensare a generazioni intere di sardi costretti a lasciare la loro isola per cercare fortuna altrove. Respinti dalla loro terra. «Bogaus a son’e corru» scrive Marci « cacciati via»  e aggiunge «forse a ragione.».

Il problema principale secondo Marci sarebbe da imputare al fatto che accettiamo troppo arrendevolmente quegli stereotipi che da immemore tempo ci definiscono senza riuscire a scrollarceli di dosso. Credo che qui l’autore alluda oltre al fatalismo, al vittimismo e alla rassegnazione che da sempre noi per primi ci attribuiamo per descriverci, oppure a tutti quei   cliché che ci vengono in mente attingendo magari dal vasto repertorio di “Fole” che i tanti viaggiatori stranieri hanno coniato, spesso in maniera sbrigativa e superficiale, sui Sardi e sulla Sardegna. A partire da quel “locos” con cui l’inviato della corona Aragonese ai tempi della conquista dell’isola etichettò definitivamente i sardi. A dire il vero lo spagnolo affiancava a quel poco gentile epiteto anche “Pocos y malunidos”. Cosa che tutto sommato non era (e non è) del tutto falsa se scorriamo con sguardo obiettivo gran parte della storia isolana passata e recente .

Se in linea di massima comunque possiamo raccogliere l’esortazione di Marci sicuramente non possiamo che respingere con forza alcuni esiti del suo pensiero. Certo, è ora che i sardi si assumano le responsabilità di organizzare il proprio presente e di pianificare il loro futuro senza più cercare all’esterno le cause dei propri mali, ma credo che sia semplicistico e ingeneroso far finta che secoli di sottomissione non abbiano segnato irrimediabilmente la nostra storia.  Andrebbe ad esempio ricordato che chi respingeva lontano dalla costa i nostri progenitori non era tanto “il luogo” in sé  ma le continue invasioni, oppure che all’inizio dell ottocento non erano certo le belle campagne a respingere i tanti sardi che le coltivavano o le utilizzavano come terre da pascolo ma l’iniquità della legge delle chiudende, considerata a ragione l’origine del banditismo. Quello che intendo dire è che certo, la volontà e il talento individuale  sono importanti per valorizzare un territorio, ma non è possibile cancellare con un colpo di spugna, condizionamenti esterni, orientamenti economici e  scelte politiche sbagliate che hanno pesato e pesano tuttora sulle sorti della Sardegna e dei sardi.  Forse non sono i sardi a meritare di essere respinti dalla loro terra, ma tutti coloro che in buona fede e non, dopo averli convinti della loro arretratezza, hanno cercato di blandirli illudendoli ad esempio che le uniche possibilità per raggiungere l’agognato benessere, passava attraverso  la cementificazione selvaggia, l’industrializzazione forzata o magari, per citare un esempio di questi ultimi giorni, il nucleare. Sono dell’idea che  uno dei compiti principali di intellettuali, scrittori, giornalisti, insegnanti ed operatori del mondo culturale  consista non solo nello “smantellare” pregiudizi e stereotipi ma anche fornire gli strumenti che consentano la formazione di una coscienza collettiva e di una identità più attrezzata a vincere le innumerevoli sfide del presente. In quest’ottica anche la massima dell’eremita da cui prende avvio l’articolo di Marci impone un interrogativo. Cosa significa rendere fertile un luogo e quali sono i  frutti a cui pensiamo quando ragioniamo del possibile sfruttamento di un territorio? È ammissibile ad esempio che gli indigeni americani  meritassero di essere cacciati e rinchiusi in piccole riserve solo perché l’uomo bianco era in grado di “sfruttare” meglio di loro le immense praterie a disposizione?

Infine, è singolare che Marci nell’analizzare sbrigativamente 60 anni di autonomia non solo non veda alcuna differenza nell’attività delle varie giunte che si sono adoperate alla guida della regione Sardegna, comportandosi come quegli idealisti giustamente derisi da Hegel per i quali di  notte tutte le vacche sono nere,   ma arrivi  persino ad affermare che la giunta Soru colpevole come e forse più delle altre,  avrebbe “generato situazioni di indiscutibile sofferenza” senza poi entrare nel merito.

Approccio discutibile, perché con tutti i difetti che aveva e su cui si è ampiamente discusso , quella guidata da Renato Soru è stata una giunta che proprio sull’autodeterminazione dei sardi aveva maggiormente scommesso, a partire dalla vertenza sulle entrate  per arrivare a quella contro le servitù militari.  Come si può esortare i sardi ad “aprire la finestra e confrontarsi maggiormente con il mondo” come scrive Marci e poi disconoscere il lavoro fatto da Soru per ridurre il divario digitale  o aumentare la mobilità degli studenti sardi con il Master & back?  E come si può non spendere nemmeno una parola sul piano paesaggistico regionale fortemente voluta da Soru? Piano che, pur     ostacolando una certa idea di sviluppo,  si poneva il compito di spingere i sardi ad abbandonare la strada facile dello sfruttamento intensivo del territorio e dell’inevitabile abbruttimento del paesaggio costiero, per tentare percorsi forse più difficili ma che, rispettando l’ambiente, alla lunga non potevano che risultare  vincenti.

I contadini sanno che così come non tutti i terreni sono adatti per coltivare qualsiasi ortaggio, allo stesso tempo la coltura intensiva può dare nell’immediato dei risultati sorprendenti ma allo stesso tempo rischia di condannare quello stesso terreno ad un futuro improduttivo e arido. Appare chiaro pertanto che la provocazione di Marci è mal posta se non si ragiona prima su quale sia  il modo migliore per rendere fertile un luogo in modo che questo producendo dei frutti non respinga i suoi abitanti.

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17 Marzo 2010 1 commento

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Sabato 20 Marzo 2010 ore 18, ex convento Cappuccini, p.zza San Francesco, Barumini

Presentazione del libro

La febbre del fare

I sette giorni che cancellarono la speranza

di Massimo Dadea

A distanza di un anno dalla fine dell’esperienza di governo del centrosinistra alla guida della Regione sarda, un’occasione per analizzare, capire e discutere le ragioni, le responsabilità, gli errori, le speranze

partecipano

Massimo Dadea

autore del libro

Gianmario Demuro

Professore ordinario di diritto costituzionale

Giacomo Mameli

Giornalista

Fulvio Tocco

Presidente della Provincia del Medio Campidano

Coordina:

Alessandro Frau

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Significante 2010: Passavamo sulla terra leggeri a Guasila

9 Marzo 2010 2 commenti

Significante 2010 loc.Il quinto appuntamento della terza edizione della rassegna Significante era un evento a cui un estimatore dell’opera di Sergio Atzeni non poteva mancare. Se si aggiunge poi che ad accompagnare l’intensa interpretazione di Gianluca Medas, assieme al bravo chitarrista Andrea Congia (che è anche il direttore artistico dell’intera rassegna) c’era un musicista del calibro di Enzo Favata, era facile immaginare una performance di alto livello.
Nel 1979, in un articolo apparso sull’Unione Sarda, Sergio Atzeni, dopo aver saggiato lo stato di salute di quella che allora veniva definita “la nuova drammaturgia sarda” e aver con una certa amarezza constatato che il miglior teatro sardo non riusciva a “scavalcare il mare” (ovvero che non era esportabile), concludeva sostenendo che non era possibile considerare il teatro un semplice veicolo attraverso cui affermare “la lingua nazionale dei sardi” e che il teatro, indipendentemente dalla lingua adottata, poteva essere considerato “sardo” se come tale veniva inteso dalla gente, se in definitiva, trattava tematiche che il popolo sardo sentiva proprie. Insomma, soltanto dopo la rappresentazione uno spettacolo poteva essere definito sardo.
Dopo più di trenta anni da quell’articolo, lo stato del teatro isolano non è certo cambiato e non sembra essere sfiorato (salvo poche eccezioni) da quella sorta di rinascimento culturale che coinvolge da diverso tempo la musica, la letteratura e persino il cinema.
Da questo punto di vista il “teatro narrativo” proposto dalla rassegna voluta dai Figli d’arte Medas e dalla cooperativa Musica Sardegna, attingendo dall’ormai sempre più vasto patrimonio letterario isolano (da Michela Murgia, ad Emilio Lussu, da Milena Agus allo stesso Sergio Atzeni) e avvalendosi del contributo di musicisti apprezzati anche oltre mare, si rivela essere una possibilità concreta di sperimentazione e arricchimento del teatro tout court e, indirettamente, sembra rispondere anche alle perplessità dello stesso Atzeni.
L’evento a cui abbiamo potuto assistere sabato 6 Febbraio a Guasila, partendo dalla musica e da un testo letterario, dal grado zero del teatro o da quello che lo stesso Gianluca Medas definisce “teatro della povertà” ha l’indiscutibile merito di introiettare nel teatro sardo degli elementi di novità senza allo stesso tempo rinunciare a quei valori legati al percorso identitario che ne hanno sempre costituito l’ossatura. Anche il titolo della rassegna : Significante, sembra potersi leggere in diversi modi: Come aggettivo (sinonimo di importante, significativo etc. ) e come sostantivo, ovvero quella dimensione del linguaggio che seguendo le stesse indicazioni di Andrea Congia, alluderebbe al « livello della formula, contrapposto a quello dell’oggetto evocato, atteso, richiamato, mancante: il Significato» . Ora è risaputo che da De Saussure in poi il significante in un segno è la sua parte esteriore, il veicolo attraverso cui il significato si esplica e che gran parte della semiotica contemporanea ha sempre considerato (almeno fino all’arrivo dirompente di Derrida) il primo come funzionale al secondo o quantomeno secondario, marginale, convenzionale. Ma qui il termine Significante non deve trarre in inganno, i curatori della rassegna non avevano alcuna intenzione di portare avanti una sovversione del rapporto Significante- significato comune a certo teatro decostruzionista che pur di contrapporsi al cosiddetto “sistema logocentrico” della parola si è inoltrato in un percorso suicida, attivando modalità teatrali che privilegiando il dire rispetto al detto, l’aspetto fonico rispetto a quello semantico, liberando la voce degli attori da qualsiasi esigenza comunicativa, finivano alla lunga per produrre opere in-significanti e poco appaganti persino sotto l’aspetto puramente ludico o musicale. Né d’altra parte le specificità del teatro “di narrazione” o dei reading proposti potevano consentire un’operazione simile visto che ancora più che nel teatro classico, in questo tipo di performance l’attore è sempre pensato o “agito” da un testo preesistente che sovraintende la sua interpretazione e la guida verso una produzione di senso “già data”. Eppure anche in questi spazi recitativi ermeneutici, apparentemente chiusi nella trappola del testo o del significato, ci può essere una valorizzazione del significante ovvero della forza espressiva contenuta nelle sonorità della parola. In quei momenti l’attore può far rivivere il testo fedelmente e allo stesso tempo aprire nuovi spazi comunicativi, suggerire nuove produzioni di senso unicamente affidandosi alla dimensione fonetica. Quando ad esempio Gianluca Medas interpreta i nomi dei primi abitanti dell’isola giunti dal mare, trasforma i nomi M’u, N’a, S’u, Ur nei suoni gutturali che ricordano i primi approcci con la lingua di un neonato, imponendo una similitudine tra l’infanzia dell’umanità e l’infanzia individuale. Allo stesso modo, l’aspetto musicale non si riduce a mero accompagnamento della voce narrante ma costruisce insieme a questa un fronte sonoro compatto, un blocco uniforme alla cui riuscita, tutti gli interpreti concorrono interagendo e prendendo spunto dai suggerimenti degli altri. Questa è la forza di una esecuzione “a canovaccio” che nasce e si sviluppa sul palco, senza un copione prestabilito, ma unicamente sulla base di una approfondita riflessione sulla struttura dello spettacolo da tenersi che poi si sviluppa lasciando un grande spazio all’improvvisazione. Ecco perché ogni spettacolo non si ripete mai identico a se stesso e i suoni, l’intonazione e le parole stesse adoperate una sera, saranno diversissime la sera seguente. Tutto questo riveste di un aurea particolare l’evento a cui si assiste. Che è poi una delle ragioni del fascino del Jazz.
Così, la magia della scrittura di Passavamo sulla terra leggeri per una sera è rinata sul palco del Montegranatico di Guasila grazie alla voce di Gianluca Medas, alla chitarra classica di Andrea Congia e ad Enzo Favata che con grande virtuosismo ha alternato un clarinetto basso, un Sax soprano, la Trunfa e le manipolazioni elettroniche di un electro voice in grado di trasformare anche un solo verso emesso in un microfono quasi in un canto a tenore. Per quasi un’ora e mezza abbiamo rivissuto la storia leggendaria dei S’ard o danzatori delle stelle, dall’approdo sull’isola sino alla definitiva perdita della libertà ad opera degli aragonesi. E, scoprendo che la libertà si può perdere ma mai dimenticare, abbiamo visto ricomporsi le tante tessere del mosaico della nostra identità: dalla scoperta di Tisk’ali alla costruzione dei primi nuraghi, dalle molteplici invasioni e dominazioni alle difficoltà per il popolo sardo di costituirsi come nazione, dalla nascita dell’originale e straordinaria istituzione dei Giudicati, all’arrivo dei Romani e del Cristianesimo per giungere infine alle vicende del grande giudice Mariano e di sua figlia Eleonora.

Una performance di questo tipo, tra gli altri meriti, ha anche quello di mettere in evidenza le notevoli suggestioni sonore presenti nel libro di Atzeni e nella sua scrittura in generale, indissolubilmente legata al suono delle parole e strutturata quasi come una partitura musicale.
Spesso ho sentito dire che il suo modo di scrivere non sarebbe accattivante e che anzi tenderebbe quasi a respingere – di primo acchito- il lettore. Io credo che questo dipenda dal fatto che ci troviamo davanti ad una scrittura teatrale che sembra nata per l’ascolto più che per lo sguardo. Abbiamo a che fare con uno scrittore profondamente diffidente nei confronti del canone a cui pure con tanta passione e fatica si dedicava. Uno scrittore che diffida della scrittura e che allo stesso tempo è affascinato dai suoni, dalla lingua parlata come della musica, al punto da decidere di accoglierli nel linguaggio letterario per trasformarlo profondamente. A diventare determinante è la dimensione dell’Ascolto, contrapposta a quella del puro vedere. Ecco perché bisognerebbe leggere Sergio Atzeni a voce alta, ecco perché ascoltare un attore come Gianluca Medas che interpreta i suoi testi diventa un’esperienza indimenticabile.
A questo riguardo, val la pena di ricordare che ad un giornalista che gli chiedeva quali autori avessero avuto più importanza nella sua formazione personale e letteraria, Sergio Atzeni, tra il serio e il faceto citava Ziu Paddori, la classica commedia del teatro sardo che i Medas hanno in repertorio da decenni e che lo stesso Gianluca Medas ha recentemente rivisitato.

Brevi da Guspini. Ex Onmi, ex miniere, ex mattatoio…quante ex per un paese solo!

20 Gennaio 2010 12 commenti

       

Uno

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Traghetti di poesia a Cagliari

23 Dicembre 2009 7 commenti

 

Si è conclusa Domenica 28 novembre, nei locali dello spazio Search in Largo Carlo Felice a Cagliari, una tre giorni di poesia patrocinata dalla Provincia di Cagliari e magistralmente  organizzata dal poeta  e critico letterario Guido Oldani. Il titolo della rassegna, Traghetti di poesia, è immaginifico. Suggerisce l’idea  di un viaggio che attraverso la poesia avvicini uomini e terre lontane. Al contempo rimanda a qualcosa di solido e compatto votato però al trasporto di quanto di più spirituale e impalpabile esista al mondo. Dove infine, ciò che si cerca di traghettare nel nuovo millennio (la poesia)  diventa per una singolare trasmutazione ciò che ci trasporta.

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