Pubblichiamo volentieri lo scritto di un lettore del Medio Campidano pervenutoci nei giorni scorsi
I dirigenti del PD si ostinano a non capire. Dopo le battute di arresto alle recenti amministrative, anche a livello locale e provinciale le cose non vanno meglio.
Le premesse non sono delle migliori. I massimi dirigenti territoriali del PD sembrano più preoccupati a salvaguardare le personali rendite di posizione, infischiandosene dell’esito elettorale. E’ già successo alle regionali. E’ già successo a Sardara, a San Gavino e a Villacidro. Se continua così il PD rischia di perdere anche altri centri importanti oltre che la provincia del Medio Campidano. Si è preteso di costruire un nuovo partito tenendo in vita le vecchie logiche feudali e spartitorie. Si ritorna al vecchio manuale Cencelli per distribuire incarichi e nomine. Ci si scontra non sulle idee o sui programmi ma sui nomi da candidare esautorando quasi del tutto la volontà e il ruolo delle comunità locali che spesso si trovano a dover difendere strategie e candidati che non condividono. I signorotti che credono di avere in mano il partito, nonostante il continuo e ripetuto fallimento delle loro strategie continuano a nominare vassalli, valvassini e valvassori senza pensare che così rischiano di uccidere tutte le istanze innovative che avevano portato a fondare il partito Democratico. Sembra quasi che in realtà vincere le elezioni gli interessa meno che rivendicare un ruolo in ogni partita che si deve giocare. Non si guarda se uno ha governato bene o male ma si pensa soltanto a sistemare i pezzi sulla scacchiera regionale accontentando ora questa e ora quella corrente o partito della coalizione e poco importa del risultato. Anche il più o meno segreto lavorio per indebolire la posizione di Fulvio Tocco (presidente uscente della Provincia del Medio Campidano al primo mandato) rientra in questa logica. Le primarie che qualcuno evocava sono saltate perché queste richiedevano un voto palese da parte dell’assemblea provinciale, ma per chi lavora nell’ombra e nelle segrete stanze il coinvolgimento di larghe platee è sempre da scongiurare oltre che rischiare di lacerare ulteriormente il PD e indebolirlo agli occhi dell’opinione pubblica.
Scomodiamo due intellettuali per capire meglio cosa sta avvenendo a sinistra.
Così Eugenio Scalfari nel suo editoriale domenicale del 18 aprile 2010:
Il Pd è in attesa con le armi al piede, si direbbe in gergo militare. Nell’aria aleggia però una domanda: in tempi ormai remoti i due grandi partiti nazionali della Prima Repubblica avevano un invidiabile radicamento nel territorio. Come mai gli eredi di quelle due tradizioni politiche non sono riusciti a coniugare la concezione nazionale del partito e il suo radicamento territoriale?
La ragione è molto semplice e la storia ce la racconta. La Dc era radicata nelle parrocchie, nelle associazioni cattoliche, negli oratori, nelle cooperative bianche. Il Pci ricavava invece quel radicamento dal fatto che i comunisti erano licenziati dalle fabbriche o mandati nei reparti di confino. Occupavano le terre insieme ai contadini, morivano sotto il piombo dei mafiosi insieme agli operai scioperanti nelle zolfare siciliane e nelle cave calabresi. Leggete “Le parole sono pietre” di Carlo Levi e saprete come e perché i comunisti erano radicati sul territorio.
Il radicamento sul territorio non dipende dal numero dei circoli o delle sezioni. Dipende dalla condivisione della vita dei dirigenti con quella del popolo che li segue. Se quella condivisione non c’è e al suo posto c’è separatezza, il contenitore è una scatola vuota e il gruppo dirigente galleggia appunto nel vuoto. Non è questione di età, di giovani o vecchi, di donne o di uomini, di settentrionali o di meridionali, di colti o meno colti. È questione di creare una comunità e viverla come tale. La dirigenza del Pci era fatta di intellettuali che vivevano come proletari e in mezzo ai proletari. Se non c’è comunità, se non si sa suscitarla, non ci sono partiti ma gusci vuoti in balia della corrente. Anzi delle correnti. Questo è il problema del Pd. Mancano i don Milani e i Di Vittorio d’un tempo. Se risuscitassero sotto nuove spoglie molte cose cambierebbero in quest’Italia di maschere e di generali senza soldati.
Tutta colpa dei generali? Ci piace rispondere con uno scritto di Antonio Gramsci pubblicato su La Città Futura, l’11 febbraio 1917.
Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.
Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
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